L’onore delle armi

Credo che questa squadra e questi due anni rimarranno impressi a lungo nella memoria dei tifosi del Napoli. Nonostante il bilancio ampiamente fallimentare (neanche un trofeo in bacheca) questi giocatori e questo allenatore hanno lasciato una traccia indelebile nella storia del club. Per un anno intero Jorginho, Hamsik, Mertens, Callejon, Insigne e il resto della compagnia hanno espresso il calcio più bello d’Italia ricevendo fior di complimenti anche al di fuori dei confini nazionali.

Il giochino si è inceppato a gennaio, per tanti motivi. E nonostante i vari tentativi di tamponare le falle il Napoli è arrivato a giocarsi gli ultimi tre mesi decisivi per lo scudetto col fiato corto, le gambe molli e il morale fiaccato dalla consapevolezza che un trionfo che prima di Natale sembrava scontato andava via via sfumando. Gli errori sono stati tanti e le colpe sono da distribuire quasi equamente tra società, allenatore e sfortuna.

De Laurentiis è mancato proprio nel momento più importante. A Gennaio avrebbe dovuto rinforzare la rosa per consentire al suo allenatore di avere a disposizione qualche carta in più all’interno del proprio mazzo. I tentativi per Politano e Verdi sono stati goffi e tardivi. I due giocatori avrebbero rappresentato degli innesti importanti. Andavano convinti a suon di bigliettoni o di non so cos’altro, se necessario. Chissà come sarebbe finita se almeno uno dei due fosse arrivato a Castel Volturno e avesse potuto rimpiazzare un Dries Mertens il cui rendimento è calato in maniera drastica nella seconda parte di questa stagione.

Le colpe di Sarri risiedono tutte nel non aver avuto la capacità di sfruttare a pieno la rosa a disposizione. Il fatto che lui non ritenesse i rincalzi affidabili è valida solo per metà. Ci sono state numerose partite, soprattutto nella prima parte del campionato, nelle quali il tecnico toscano avrebbe potuto far rifiatare più di un uomo chiave utilizzando le seconde linee e contribuendo ad un loro graduale inserimento in un sistema di gioco complesso ed esigente come il suo. Non credo che, a turno, professionisti come Giaccherini, Maggio, Diawara, Rog e Ounas (solo per fare alcuni nomi), non sarebbero stati in grado di giocare contro squadre come il Benevento o il Verona. Invece il mister si è intestardito e ha, giornata dopo giornata, spremuto i suoi “magnifici 12”, portandoli a fine stagione in condizioni indecenti. Non è bastata la scellerata scelta di abbandonare le Coppe perché il bel gioco del Napoli, nel frattempo, avevano imparato a conoscerlo tutti. Gli avversari avevano capito come disporsi in campo in modo da poter arginare al meglio la “marea azzurra”. In questi ultimi mesi, per far tornare efficacie questo modo di intendere il calcio, sarebbe stato necessario che lo sviluppo della manovra avvenisse in maniera ancor più accelerata. Ma ciò non è potuto accadere proprio perché molti dei suoi interpreti erano completamente fuori condizione. Negli ultimi tre mesi guardare il Napoli era diventato piuttosto noioso. Tanto possesso palla sterile con le squadre avversarie chiuse a riccio. I centinaia di velleitari “tiri a giro” di Insigne erano il segno che entrare nell’area di rigore non era più facile come in autunno e che le opzioni per scardinare le retroguardie avversarie, mancando la rapidità d’esecuzione di qualche mese prima, si erano notevolmente ridotte.

C’è stata anche una buona dose di sfortuna. E quando parlo di sfortuna la intendo in senso molto ampio. Non parlo infatti solamente del doppio infortunio di Ghoulam e della lunga assenza di Milik, ma anche di una buona dose di eventi sfigati che si è abbattuta sugli azzurri in questa ultima parte di stagione. Ne sono l’ultimo esempio i due minuti di follia dell’Inter a San Siro sabato scorso. Anche la Juve, infatti, è stata protagonista di un’ultima parte di campionato pessima e, ormai sulle gambe, si stava suicidando al termine di una partita giocata interamente in superiorità numerica. La sconfitta a Milano sarebbe costata il titolo alla Vecchia Signora, ne sono certo. Oltre ai punti avrebbe potuto incidere in maniera evidente sul morale di entrambe le contendenti. Quei due gol presi dall’Inter allo scadere hanno rappresentato la più classica delle sliding-doors. Più della mancata espulsione di Pjanic, errore gravissimo e tutt’ora inspiegabile data la chiara dinamica dell’accaduto. Il campionato 2017-2018 si è deciso in quel frangente. La sconfitta netta del Napoli il giorno seguente a Firenze ne è stata solo la naturale conseguenza.

Cosa sarebbe accaduto se la difesa nerazzurra non si fosse persa Higuain all’ottantanovesimo? Cosa sarebbe potuto accadere se la Lega avesse deciso, com’è giusto che sia, di giocare le ultime quattro partite in contemporanea? Non lo sapremo mai. L’unica cosa che possiamo dire è che va reso l’onore delle armi ad una squadra che, unica in questi ultimi sei anni, è riuscita a contendere seriamente lo scudetto alla corazzata Juventus. C’era riuscito anche il Milan nel 2011-2012 ma all’epoca la Juventus era tutt’altro che una corazzata.

Sono sicuro che la dirigenza non vorrà dismettere ma credo che alcuni importanti giocatori vogliano andarsene. La speranza è che la rosa non venga smantellata, o che comunque le partenze vengano adeguatamente rimpiazzate affinché l’anno prossimo gli azzurri possano riprovarci. Lo merita la città di Napoli, lo meritano i tifosi partenopei e lo merita tutto il sud, quasi mai protagonista all’interno di un calcio italiano nord-centrico che da soddisfazioni sempre e solo da Roma in su. Vincere non è l’unica cosa che conta ma ogni tanto farebbe bene alla salute.

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