Les enfants de la Patrie

In questo blog si parla quasi solo ed esclusivamente di calcio ma attorno al mondo del pallone gira tanto altro. Nella mente di molti stolti, folgorati sulla via di Damasco da brandelli di ideologie che speravamo sepolte ma che puntualmente rispuntano fuori come l’erbaccia cattiva, la finale di Russia 2018 ha evocato lo scontro di civiltà: la patriottica Croazia, composta da soli rappresentanti dell’etnia croata (una balla colossale) contro la lasciva Francia, risultato di un meticciato razziale per il quale un giorno s’accusano gli incivili invasori africani e quello dopo gli spietati colonizzatori francesi.

È un cortocircuito mentale che appare ormai insanabile nella testa di tanti “ritardati” di casa nostra e di mezza Europa che ci hanno costretti, prima, durante e dopo la partita, ad indossare l’impermeabile e ad aprire un mega-ombrello per proteggerci da un diluvio di twit dementi, fotomontaggi tarocchi, e invettive senza senso.

Gli sports di squadra ci insegnano a stare insieme. Quando, da ragazzini, scendevamo in piazza con un Tango sotto il braccio, non ci interessava minimamente chi avremmo incontrato. Noi volevamo semplicemente trovare qualcuno con cui condividere quel momento. Correndo, sudando, rovinando le scarpe nuove che papà, con tanta fatica, c’aveva comprato qualche settimana prima. La  mia storia di bambino è piena di persone conosciute così: “Vuoi giocare con noi?”, “Posso giocare con voi?”, “Facciamo due tiri?”.

Le storie di quei ragazzi dalla pelle scura che domenica difendevano i colori degli odiati cugini transalpini non sono molto diverse da quelle dei loro compagni di squadra bianchi. Tolto Umtiti, nato in Camerun, tutti gli altri sono figli dei campetti di periferia di Parigi, Lione e Marsiglia. Sono figli di società calcistiche che li hanno scovati nelle nelle banlieu francesi e che li hanno cresciuti, permettendogli di diventare i campioni che sono oggi.

Molti di loro, oltre a parlare francese meglio di un francese Doc, parlano anche inglese. Hanno girato il continente in lungo ed in largo per lavoro. Sono figli di un Europa nuova che esiste da trent’anni. Ieri non ha vinto l’Africa. Ieri hanno vinto i pronipoti africani di quest’Europa nuova. Europei in tutto e per tutto ma, com’è naturale che sia, con una piccola parte del cuore sempre rivolta alla terra d’origine dei bisnonni, dei nonni o dei genitori. Ragazzi dall’identità complessa e multiforme. Ricca per vocazione.

Noi siamo italiani e certe cose dovremmo saperle bene perché ci siamo passati prima di loro. C’è davvero qualcuno di voi che non abbia parenti all’estero da almeno quattro generazioni? O, per farvelo capire, potrei raccontarvi il divertente aneddoto del pro-zio d’America che, giunto in Sicilia per una vacanza alla riscoperta delle proprie radici, si presentò ai pronipoti, mai visti prima d’allora, dicendo “Ietti buono lu flying on the Boeing seven quattro seven. Minchia”. (i siciliani mi scuseranno se ho toppato le parole siciliane.)

Il tuo Dna e il colore della tua pelle raccontano della storia dei tuoi avi, della tua stirpe, delle tue radici (filogenesi). Ma è la terra che calpesti sin da bambino che fa di te la persona che sei (ontogenesi). E quei ragazzi con la pelle scura sono enfants de la patrie proprio come Lloris, Giroud e Pavard.

Dovete farvene una ragione. Voi razzisti, che siate consapevoli o meno di esserlo, siete la parte perdente della storia. La vostra ideologia è sterile e infeconda. Potete conquistare le menti di molti e creare immani sofferenze a moltissimi. Ma alla fine uscirete sempre sconfitti.

Il mio messaggio è rivolto soprattutto agli “inconsapevoli”. A coloro che cadono vittime di questo delirio nazifascista 2.0 un po’ per ignoranza, un po’ per risentimento, un po’ per paura: non si può fermare il mare con le mani, figuriamoci con un braccio teso. Aprite gli occhi. Vi accorgereste che il mondo attorno a voi è stupendo se solo sapeste scrutarlo con lo sguardo curioso di un bambino. Senza pregiudizi né sugli altri, né tanto meno su voi stessi. I muri che vorreste costruire per impedire agli altri di diventare parte della vostra esistenza finiranno per diventare le pareti della vostra cella. Vi state costruendo una prigione di pregiudizi e state buttando via la chiave.

Né i francesi, né tanto meno i croati, meritavano di esser messi in mezzo a discorsi del genere. Le due squadre migliori di questo mondiale russo meritavano di essere applaudite per quello che hanno dimostrato sul campo in questo mese. Ci hanno regalato prestazioni epiche castigando il Dio del calcio Lionel Messi, infiammando i cuori del pubblico sugli spalti a suon di giocate spettacolari e rimonte mozzafiato. Modric, Mbappè, Pogba, Perisic, Pavard, Mandzukic e Griezmann sono solo ragazzi e/o uomini che sanno meravigliosamente giocare a pallone e che lo fanno, oltre che per loro stessi e per la loro nazione d’appartenenza, anche per tutti noi che stiamo a guardarli in tv dai divani tutto il resto del mondo. Ringraziamoli per questo e rendiamogli il giusto tributo, senza usarli come strumento di battaglie ideologiche prive di alcun fondamento sia culturale che scientifico.

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