Non siamo bambini dell’asilo

Ho il massimo rispetto per il giornalismo sportivo. Sono cresciuto con il sogno di potermi occupare di sport per lavoro, e precisamente con il sogno di poterlo raccontare in qualsiasi forma: scritta, parlata, filmata.

Il giornalista sportivo è di norma considerato dai colleghi che si occupano di tematiche ben più importanti un po’ come un professionista di serie B, superiore solo a quelli che trattano di gossip. E credo che ciò derivi non tanto dagli argomenti che si trattano, quanto dai lettori cui ci si rivolge: un popolo di persone mediamente più semplici, interessate ad argomenti poco impegnati, frivoli, di puro intrattenimento. Vero, verissimo. Ma la preparazione ed il lavoro che ci sono dietro al racconto dello sport sono egualmente molto impegnativi. Lo sport non può raccontarlo chiunque, anche se negli ultimi decenni pare che basti farsi una sveltina con Reginaldo o con Boateng per poter poi aver diritto a sedere in uno studio televisivo e pontificare di fuorigiochi, calciomercato ed esoneri.

In realtà il fruitore di contenuti di tipo sportivo non è assimilabile ad una categoria omogenea. Lo sport unisce ed appassiona l’operaio come il professore universitario, il ragazzino brufoloso con l’apparecchio ancora ai denti e l’anziano avvocato che agita il bastone quando ti parla di Sivori. Non siamo una massa uniforme. Tantomeno possiamo essere considerati una massa uniforme di bimbi scemi. Allora, ve lo chiedo per favore, trattateci da persone normali.

Il mio appello è rivolto soprattutto ai titolisti. Ogni giorno si vedono scritte, a caratteri cubitali, delle cose allucinanti. Come facciano le vostre menti a partorire tali obbobri io non so spiegarmelo. Ma secondo voi che faccia devo fare la mattina quando entro al bar e vedo una prima pagina con scritto “Inter Bum Bum”, “Schick shock”, “Vecino vicino”, “Inter-rotta”, “Zucche-Rino”, “Allegri al Max”? Senza contare le sparate indecenti su notizie di mercato non verificate, quando non addirittuna totalmente infondate, sbattute in prima pagina con tanto di foto (pure quelle sbagliate come stamattina il Corriere). Basta per favore. Siete giornalisti, non autori dell’Albero azzurro. Parlateci come parlereste a delle persone che ritenete in grado di intendere e di volere. Siamo il vostro pubblico. In noi si rispecchia il valore della vostra professione. Parlandoci come neanche io parlo a mio figlio di 15 mesi avvalorate la tesi di chi, pur facendo il vostro stesso mestiere di giornalista, vi relega un gradino sotto. Lo dico per voi e spero il mio ragionamento sia chiaro. Se non è chiaro ditemelo che vi faccio un disegnino… *

*  per chi non l’avesse capita, l’ultima è una battuta.

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