Si fa un gran parlare in questo periodo del tentativo di saccheggio che gli emiri sauditi starebero perpetrando ai danni dei campionati di tutta Europa.

A suon di petroldollari squadre come l’Al Ahli, l’Al Hilal, l’Al Hittihad o l’Al Nassr (che conosciamo in parte solo grazie alle loro partecipazioni ai campionati del mondo per club) provano a sedurre campioni più o meno affermati che militano nei campionati più prestigiosi d’Europa.


Una volta, a quelle latitudini, andavano a svernare calciatori attempati che cercavano di sfruttare gli ultimi giri di giostra per massimizzare economicamente anche gli anni del loro declino fisico.

Ora gli emiri sono diventati molto più ambiziosi.

Prima hanno sedotto un Cristiano Ronaldo che potevamo solo parzialmente considerare come rientrante nella categoria degli svernatori attempati. Ora, nel giro di poco più di un mese, sono riusciti a portare nella Saudi Pro-League anche giocatori del calibro di Benzema, Firmino, Brozovic, Milinkovic-Savic e Koulibaly.

E non parliamo dell’offerta che pare essere stata recapitata al più forte di tutti, ovvero Mbappè.


Me lo avessero detto un paio d’anni fa non c’avrei creduto. Non perché non ritenevo gli emiri in grado di investire tali cifre nel giocattolo-pallone, quanto perché reputavo che un calciatore appartenente al movimento europeo, nel fiore dell’età, difficilmente avrebbe rinunciato alla fama e alla gloria garantite da un palcoscenico come la Champions League per andare a giocare lì.

E invece sta accadendo per davvero.

Tuttavia trovo del tutto esagerato l’allarmismo sul declino del calcio europeo.

Non saranno una quindicina di acquisti milionari (ma pure trenta) a far perdere importanza al nostro movimento che è e resterà, almeno nel medio periodo, il più importante e attraente del pianeta.


A me sembra piuttosto che le società europee, sempre più a corto di denaro, abbiano trovato una mucca da mungere per risanare parzialmente i propri bilanci. Perché a guadagnarci, economicamente parlando, non saranno solo i calciatori, ma pure chi li vende.

Il meccanismo mi pare molto semplice: scegli di sacrificare un asset importante (vedi il caso di Milinkovic-Savic) ma, allo stesso tempo, incassi denaro fresco (che difficilmente t’avrebbero pagato in Europa), riesci a soddisfare le ambizioni economiche del giocatore e del suo entourage (non potevano chiedere di meglio quelli che prestano attenzione solo alla pecunia), e non vai a rinforzare una diretta concorrente. Chapeau!

Sarò stupido e terra-terra io ma, a me pare, che vincano tutti e che il futuro del nostro calcio non sia assolutamente a rischio.

Mi dispiace per quei campioni che non potrò apprezzare sui nostri palcoscenici nei prossimi anni ma me ne farò una ragione io e se ne faranno una pure i tifosi delle più blasonate squadre del vecchio continente che avranno ancora fior di campioni per i quali esultare.


La Saudi Pro-League aumenterà il suo prestigio internazionale ma non potrà mai soppiantare i massimi campionati europei perché la storia non si compra, anche se sembra strano scriverlo nell’anno in cui il City è riuscito finalmente a vincere la sua prima Champions League.

Potrebbe arrivare ai livelli dei nostri campionati di seconda fascia (e non sarebbe assolutamente un male) ma non riuscirà comunque a soppiantarne il fascino. Potrete forse vedere un ragazzo di Amsterdam con la maglia di un’olandese che gioca nell’Al-Nassr, ma non vedrete mai quel ragazzo di Amsterdam cambiare canale per vedere Al Nassr-Al Ahli anziché Ajax-Feyenoord.

Senza contare che il graduale aumento di prestigio del campionato saudita dovrà comunque essere supportato dalla continuità di progetti sportivi concreti e dall’allestimento di squadre realmente competitive, capaci di ottenere vittorie importanti anche contro avversarie molto quotate.

Poco prima di Natale, a Jedda, l’Al Ittihad incrocerà la corazzata di Guardiola. Secondo voi basteranno Benzema e Kantè?